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Counseling e BurnOut

Counseling e BurnOut

Nell’era in cui le linee guida europee sulla scuola parlano sempre più di intelligenza emotiva, ma a scuola sempre meno si applicano e nel frattempo compare nel resto del mondo l’intelligenza artificiale, come ci comportiamo quando il carico di lavoro è così eccessivo da “consumarci” dal di dentro?

Che si tratti del mondo sportivo, dove nasceva negli anni ’30 del secolo scorso, o che si tratti del mondo del lavoro, in cui ha fatto la sua comparsa negli anni ’70, il termine BurnOut è sempre più diventato noto ad una grande porzione di popolazione.

Burnout, è di fatto una parola di origine anglosassone, che letteralmente significa (o meglio, sarebbe dire rappresenta) un fattore di esaurimento, per l’esattezza di surriscaldamento e di consumo. Una sensazione che fra tutte richiama una condizione di stress molto elevata.

Nel mondo dell’atletica sportiva, infatti, si usava per descrivere il precoce esaurimento della carriera di atleti promettenti che, dopo un inizio di successo, terminavano la loro storia sportiva in breve tempo, con prestazioni al di sotto delle aspettative create fino a quel momento.

Nel mondo del lavoro la condizione di Stress “eccessivo” fa da cornice ad una condizione che determina un logorio (o ne è determinata) sia psicofisico, sia emotivo, con vissuti che spingono la persona a restare amareggiata e delusa, o a demotivarsi, rispetto all’interesse e all’investimento energetico e creativo fatto fino a quel momento. Tutto ciò implica delle concrete conseguenze, non solo nella realtà lavorativa, quanto nel mondo personale e sociale dell’individuo stesso.

Data la multi fattorialità dei disturbi che genera, non è risultato strano essere considerata una “sindrome”.

Il burnout è quindi una sindrome che venne inizialmente associata alle professioni sociali e sanitarie, o assistenziali in genere, (in particolare nel settore delle professioni di aiuto) proprio perché l’investimento relazionale, in tali contesti ha sempre necessitato di un impegno importante, per poi essersi diffusa a qualsiasi contesto lavorativo, in cui si manifestavano alte condizioni stressanti e pressanti come, ad esempio, posizioni di grande responsabilità lavorativa. Per tale motivo la forte azione di disturbo coinvolge vari livelli di equilibrio: quello Cognitivo (la frustrazione di non sentirsi in grado di raggiungere un obiettivo o di perderlo costantemente di vista);  e quello Emotivo: trascuratezza degli affetti e delle relazioni, distacco emotivo, eccesso di importanza data al lavoro, scarsa attività della volontà, difficoltà di concentrazione, rabbia, irritabilità e frustrazione e, non da ultimo, il senso di colpa; il livello Comportamentale: aggressività (rabbia espressa), abuso di alcool e sostanze leggere, da prima e pesanti via via, mancanza di iniziativa e molto spesso assenteismo; Il livello Fisico: aritmie cardiache, emicrania, cattiva respirazione, insonnia, inappetenza, disturbi intestinali, senso di spossatezza e debolezza profuso.

Le cause possono essere individuate sia a livello individuale, sia sociale/organizzativo. Nel primo caso una serie di istanze spinge la persona alla ricerca di un eccessivo bisogno di affermazione (in ambito professionale) a discapito della propria vita privata e personale; nel secondo caso, quello organizzativo, l’individuo si trova di fronte alle eccessive richieste a livello lavorativo (oppure troppo monotone) che non corrispondono ad un adeguata ricompensa, sia in termini economici, sia in termini personali e morali, nonché conflitti con colleghi e/o superiori.

È molto importante considerare ciò che la situazione di burnout provoca tutto intorno. Affrontare il problema non è quindi “solo” occuparsi di una persona disturbata da una situazione, è necessario studiare il “territorio” intorno al fenomeno.

Se il problema non viene affrontato, le conseguenze per l’individuo e per l’ambiente possono diventare molto serie: l’ambiente potrebbe trasformarsi, come un circolo vizioso, in uno stato in cui la frustrazione sia contagiosa, o anche nella migliore delle ipotesi, avere come colleghi persone ormai allo stremo del loro esaurimento cambia radicalmente le prospettive rispetto al carico di lavoro, mentre, nel caso del singolo individuo, è facile ricorrere a soluzioni apparentemente risolutorie e più facilmente accessibili, come le sostanze stupefacenti, l’abuso di alcol, il gioco d’azzardo o compulsioni come la dipendenza da porno, che potrebbero aggravare maggiormente la situazione.

Il counseling, insieme ad altri interventi, si è rivelato un’ottima ricetta, sia nel colloquio “a due”, sia nell’intervento di gruppo. Per Carl Rogers, (psicologo umanista e padre del counseling) la persona è al centro: al centro del suo problema, ma anche al centro delle sue risorse.

Un intervento di accettazione incondizionata, di orienta- mento (e non di soluzione) da parte di un professionista consente alla persona, che si trova nella condizione di burnout, di entrare in contatto con le sue stesse risorse interiori. Questo modo di accettare l’altro incondizionatamente spinge l’individuo, all’inizio “accecato” dal burnout, verso una dimensione di non-giudizio, sia nei confronti di desideri e aspettative, sia nei confronti della momentanea condizione di smarrimento delle proprie risorse.

Orientare la persona verso una risposta attiva, nei confronti delle influenze dell’ambiente e di fronte alle proprie pulsioni interiori spesso disattese, è ciò che un percorso di counseling, sia individuale, sia di collettivo di gruppo, consente di affrontare, senza la sensazione di essere profondamente soli.