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Immaginare Un Cambiamento Non È Utopico

Immaginare Un Cambiamento Non È Utopico

Diciamocelo subito, a scanso di equivoci: questo è un articolo di cui non dovrebbe esserci bisogno. Non andrebbe né scritto né letto.

Purtroppo, però, più di qualche volta (e persino troppo spesso), la realtà supera i desideri, pieni di speranza, aspettative e – anche – di molte illusioni.

Al contempo, immaginare di fare qualcosa contro i “femminicidi” non può restare solo un auspicio utopistico. Esiste uno strumento, il più alto fra tutti, che non si dispiega “semplicemente” punendo il fatto compiuto il responsabile, o inasprendo le pene: “chiudendo il cancello quando il bestiame è fuggito”.

Per non parlare dell’eventualità di applicare le leggi che già esistono, ma di rado vengono applicate con la tempestività necessaria. Piuttosto, è forse il caso e il momento di cominciare ad interrogarci sull’alternativa, intervenendo prima che tutto avvenga.

Iniziamo col dire che il termine “femminicidio” non esiste in grammatica. È una parola che deve la sua esistenza e la successiva affermazione ad una pubblicazione della criminologa inglese Daiana H. Russell.

Non troveremo neppure “maschicidio” nel vocabolario: che sia declinato al maschile o al femminile, sarebbe sufficiente il termine “omicidio” -etimologicamente ineccepibile- a ricomprendere e descrivere ciascuno degli atti delittuosi deprecabili cui facciamo riferimento e rispetto ai quali è necessario restare vigili.

Ad ogni modo, gli esperti linguisti non trovano ragioni grammaticali per giustificare l’utilizzo dell’espressione “femminicidio”, e colgono nel segno!

Non è infatti nella grammatica che vanno ricercate. Ma, prima di entrare nel merito della questione semantica, avventuriamoci in un piccolo excursus storico, dati alla mano: in ogni epoca, i danni che gli uomini hanno procurato alle donne sono e sono stati notevolmente superiori a quelli arrecati da donne a uomini.

Attualmente, la popolazione è equamente divisa in quote di genere perfettamente proporzionate, per cui l’anomalia non può certo dipendere dalla quota maggiore di uomini. Qualcuno potrebbe certo obiettare che nella storia il numero di donne che hanno ricoperto posizioni di vertice e potere è stato infinitamente minore, così trascurabile da impedire di sortire effetti nocivi sulla collettività.

Vero! Chi può dire se le donne, rivestite le stesse alte cariche, non avrebbero fatto di peggio? Nessuno, in effetti. Tutto ciò resta nel campo delle ipotesi: valide e plausibili, ma pur sempre ipotesi.

D’altro canto, la realtà dei fatti si ostina a testimoniare lo stesso, tragico epilogo: ti svegli una mattina e i mass media raccontano che la persona trovata morta è ancora una volta una donna. Uccisa, probabilmente, dall’uomo che avrebbe teoricamente dovuto amarla: un ex marito, ex fidanzato, ex “qualcosa” che nessuno ha mai realmente saputo conoscere.

Gli uomini che uccidono le donne aumentano in modo esponenziale, mentre al contrario, ci dimentichiamo di enumerare le donne assassinate. Non si contano. Tanto che, quando raramente capita il contrario, si rischia di alimentare un sentimento pubblico di solidarietà alla donna che ha commesso il reato.

E allora, benché “femminicidio” sia un termine che non ha una ragione grammaticale a supportarne l’esistenza, ecco che è costretto dalle circostanze ad appropriarsene con le unghie con i denti, sino a scavalcarla per trasformarla in una ragione sociale: una ragione di vita.

Sarà pure “sgrammaticato”, ma è lì, indispensabile, a ricordarci il dramma continuo e costante che le donne subiscono, molto più degli uomini.

Capita di leggere molti post in cui l’autore immagina di insegnare alle donne il modo corretto di considerare, valutare e scegliere un amore non violento. Come se, in maniera retorica e ambigua, si volesse infilare fra le righe il messaggio secondo cui anche questa lezione, non compresa del tutto (o distorta) da parte di alcune donne, potesse essere annoverata tra i motivi – i moventi! – che conducono un uomo a congegnare e perseguire un atto così atroce, inimmaginabile per qualsiasi altra specie di essere vivente.

Se, viceversa, tali articoli fossero finalizzati a sottolineare quante lacune educative presenti nell’impianto istituzionale di insegnamento, ecco che apriremmo il varco ad un Oceano di considerazioni su ciò che sarebbe davvero necessario.

Non solo la Scuola, ma tutto ciò che concorre alla crescita e al progresso di un popolo deve essere messo sotto i riflettori (e non sotto accusa). Se insegneremo ad un piccolo uomo a considerare il valore di una vita umana e la ricchezza inestimabile che quest’ultima contiene, in termini di emozioni e sentimenti, saremo poi anche portati ad insegnargli cosa sono i sentimenti e le emozioni. Soprattutto, come funzionano! A quel punto lo avremo fatto per tutti, e non solo per coloro che mai avremmo voluto afferrassero quel coltello o impugnassero quella pistola.

Com’è bello immaginare di insegnare loro anche come desiderare d’essere amati, nel modo più congeniale, piacevole e “vitale”. Lo faremmo persuadendoli che siamo fautori del nostro destino, non vittime. E che lo siamo soprattutto emotivamente! Lo avremmo fatto e lo faremmo con i maschi e con le femmine. Lo faremo e continueremo a farlo finché ci saranno più maschi che si occuperanno del proprio dolore ogni volta che avvertiranno la percezione lacerante di essere stati traditi, lasciati, abbandonati. E ci saranno più femmine che avranno capito come allontanarsi da relazioni e situazioni potenzialmente tossiche, che potrebbero sfociare in atti di violenza (sia fisica che psicologica).

Ma tutto ciò non è solo fantasia. Non può più esserlo.

Non deve essere la speranza di un educatore, di un insegnante, di un counselor o uno psicologo, e nemmeno di un genitore. È ormai arrivato davvero il tempo per il ripensamento di alcune strategie, che originano dalle istituzioni e arrivano alle famiglie, prima di tornare dolcemente sui bambini prima, e poi sugli adolescenti, in modo massiccio.

Cominciamo a convincerci e a credere che le competenze emotive e relazionali debbano essere insegnate a scuola, da subito, perché fanno parte dello sviluppo di quel patrimonio umano che può essere una persona compiuta; della bellezza e dei sentimenti, dell’universo che conteniamo e in cui, sin da piccini, possiamo imparare a tracciare le costellazioni, così da orientarci in futuro. Soltanto dopo passeremo ad occuparci di quelle cognitive (scrivere leggere e far di conto), convinti che siano importanti almeno quanto quelle emotive.

E poi? Toccherà agli insegnanti, da investire con un’opera di sensibilizzazione cosicché siano accompagnati anch’essi a comprendere il senso di tutto questo, a condividerlo, fino a diffonderne il valore, adeguatamente supportati.

La vita, la vita umana, prima di qualsiasi contenitore cognitivo da riempire di concetti.

Infine, coinvolgeremmo la comunità tutta: aggiornamenti, corsi, serate tematiche, iniziative, perché anche i genitori inferociti che sferrano un pugno agli insegnanti “colpevoli” di aver messo un brutto voto al figlio, concorrono alla creazione (o alla trasformazione) dei mostri.

Che altro? Sì: poi proveremo a smettere di generalizzare quando costruiamo un pensiero, quando commentiamo sui social, quando si è “leggeri” nel modo peggiore, anziché scavare in profondità. Proveremo ad essere lungimiranti, guardando sempre oltre, alle proprie scelte e a quelle educative che riguardano i figli, senza accontentarci.

Quando avremo messo in linea tutti questi piani allora potremo lavorare per la serenità di tutti. Per le donne che non dovranno morire mai più per mano di altri uomini; per ogni bambino innocente, strappato via da questo mondo da conflitti di ordine economico; per chi si distrae, voltandosi dall’altra parte. Quante cose rendono ogni giorno questo mondo un posto peggiore? Tante, davvero troppe. Perciò ho voluto immaginare un mondo migliore.